Quale futuro tra…… pandemie, guerra e crisi energetica

La situazione che attraversa il Paese, l’Europa e il mondo è di straordinaria complessità.

È davvero difficile fare una seria e attendibile valutazione sulla crisi che stiamo attraversando.

Una crisi che passa, da quella sanitaria a quella politico, economica e militare di cui ancora non riusciamo a prevedere la portata e che rischia di essere drammaticamente pericolosa per la nostra vita in tutti i sensi. La crisi sanitaria, riferibile alla pandemia, di cui non ci siamo ancora liberati e che in autunno potrebbe riemergere e farsi sentire con tutta la sua pericolosità, ci inserisce in un quadro di insicurezza che, legato ad altri fattori quali clima ed energia, rischiano di diventare una bomba ad orologeria dei cui
danni non conosciamo la portata. Su clima ed energia il mondo guarda a Glasgow, ma è la Russia che ci ricorda come funziona la globalizzazione.

In questi giorni è bastato solo che il colosso russo Gazprom abbia dichiarato che, chiuderà per qualche giorno le forniture per effettuare altri lavori di
manutenzione e il prezzo del combustibile, come prevedibile, ne ha subito risentito, schizzando verso l’alto e soprattutto innescando una nuova ondata di timori su ulteriori rialzi dei prezzi. Tutti attendiamo da Glasgow una soluzione che ci porti verso un futuro a zero emissioni, ma la dura realtà ci consegna al messaggio che da Mosca arriva chiaro e forte, la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili non sarà una questione di pochi anni, ma un lungo e difficile percorso in cui peseranno ragioni geopolitiche e fattori climatici, scelte di lungo periodo e decisioni di politica economica. Quella dell’energia è già una crisi globale conclamata.
Con un prezzo dei combustibili che, per chi non ha stipulato contratti a lungo termine, è più che triplicato nel giro di un anno, molte imprese nel Mondo, in Europa e, soprattutto, in Italia rischiano oggi blocchi temporanei per
risparmiare sulle forniture o, in alcuni casi, ad un forte ridimensionamento, quando non alla chiusura, a seguito di costi insostenibili. Con il prossimo autunno, con il prezzo del gas che in questi giorni ha superato quota € 300 a Megawatt/h, c’è il rischio che molte famiglie non ce la facciano a pagare le bollette, costrette a dover tirare la cinghia sul riscaldamento a discapito della salute. A questo si aggiunge la generalizzazione dei rincari su tutti i prodotti, che di fatto fanno diminuire il potere d’acquisto facendoci tornare in un periodo di recessione. Pandemia e guerra hanno fatto esplodere disuguaglianze, ingiustizia sociale e reso evidenti tutte le fragilità di un sistema globale che ha messo ai margini i diritti delle persone e dell’ambiente ponendo al centro le ragioni della finanza e del profitto. Infatti la guerra, con la pandemia che dà ancora dimostrazione di sé, con la crisi climatica, l’inflazione, i rincari, la crisi energetica, le crisi aziendali, i bassi
salari e ora anche la crisi politica, fa emergere un quadro in grado di far deflagrare la tenuta sociale ed economica dell’Italia. Dobbiamo dare ascolto e risposte ai cittadini e lavoratori, per evitare una pericolosa crisi sociale: è questa la priorità. È necessario aumentare i salari e riformare il fisco, combattere la precarietà, costruire un nuovo stato sociale in particolare a partire da sanità, non autosufficienza e dall’istruzione con politiche di sviluppo e di nuovo intervento pubblico. Sono essenziali politiche economiche nazionali e regionali all’insegna della redistribuzione di reddito a favore dei ceti meno abbienti e politiche occupazionali che limitino al massimo l’utilizzo di forme di lavoro precarie, investendo invece su qualità del lavoro e stabilità occupazionale. È necessario in qualche modo calmierare i costi energetici, anche tassandogli extraprofitti delle multinazionali che stanno gestendo le forniture energetiche, redistribuendo gli stessi alle famiglie, pensando in fretta a come sostituire le fonti di approvvigionamento con l’utilizzo di nuove fonti energetiche che non ci facciano dipendere, come oggi, da altri stati.

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